Introduzione

Lavorando con persone che, senza avere un disturbo alimentare, hanno piuttosto un rapporto disfunzionale con la propria alimentazione, ad esempio caratterizzato spesso da fame emotiva, alternanza di restrizione e perdita di controllo e momenti di senso di colpa; noto come la loro storia sia frequentemente connotata dal susseguirsi di diete. Generalmente il percorso è più o meno: "vengo da una dieta così, l'estate scorsa ne avevo provata una cosà, in passato ne ho fatte altre e ora che sto per finire questa, mi preoccupa molto il pensiero di dover mantenere i risultati raggiunti". Se ci sono buona aderenza e impegno, il più delle volte le diete funzionano molto bene, poi però finiscono e piano piano finisce tutto, si ritorna allo stile di vita che ha portato la persona a decidere di mettersi a dieta e si ricomincia.

Perché?

Evidentemente, di solito, una dieta è concepita per perseguire uno scopo, raggiungerlo e finire. Non contempla il post-dieta, essendo letteralmente il post-sé stessa, non si ritiene che le spetti il compito di offrire uno sguardo nuovo, che permetta al paziente di proseguire sulle sue gambe.

Dal canto suo, quasi sempre, il paziente ripone tutte le sue speranze nella dieta, si affida e chiede una guida. Iniziare una nuova dieta offre una sensazione rassicurante, una direzione, ordine. Durante una dieta sappiamo cosa dobbiamo fare perché qualcuno ha preso delle decisioni per noi: quanto mangiare, quando mangiare, cosa mangiare, cosa evitare, cosa privilegiare. Viene acceso un faro sulla strada da percorrere; ma quella strada, e questo non è chiarissimo per tutti, ha un inizio e una fine molto precisi (es. inizia a +15kg e finisce a -15kg) così come precisi sono i suoi dettami. Le diete prescritte dai professionisti, sono terapie circostanziate, non sono stili di vita perpetui.

[Ovviamente mi sto riferendo alle diete dimagranti, non ai regimi alimentari da dover rispettare per via di particolari condizioni mediche.]

Raggiunto l'obiettivo, la guida esterna non c'è più. Nessuno ti dice più quando, quanto e come e bisogna iniziare a regolarsi, non per continuare a dimagrire, ma per restare lì dove si è giunti. Ma regolarsi può essere molto più difficile che eseguire, soprattutto se c'è stata la necessità di farsi dire cosa fare per via di una autoregolazione deficitaria.

Inoltre, durante una dieta, il senso di rassicurazione viene alimentato oltre che dal controllo, anche dalla percezione del "ci sto attivamente lavorando". Quando la dieta finisce invece questa sensazione si trasforma talvolta in qualcosa di esistenziale e indefinito e ci si trova, senza strumenti, alla guida di qualcosa che non si è mai stati realmente in grado di gestire.

E dunque la luce della dieta che illuminava la strada si spegne e si torna al buio, al rapporto sempre avuto con il cibo e ci si sente smarriti.

Oltre la dieta

È proprio qui che si trova il nodo della questione, molte persone affrontano il mantenimento come se fosse l'ultima fase della dieta, quando in realtà è qualcosa di completamente diverso. La dieta si basa prevalentemente su regole esterne, il mantenimento richiede invece la capacità di orientarsi in assenza di quelle regole.

Non significa mangiare senza criteri, né affidarsi all'improvvisazione, significa sviluppare gradualmente una forma di autoregolazione: imparare a riconoscere fame e sazietà, comprendere il ruolo delle emozioni, tollerare qualche oscillazione senza viverla come un fallimento, fare scelte sufficientemente buone senza inseguire la perfezione.

In altre parole, passare dall'esecuzione alla responsabilità. Per questo motivo il vero lavoro spesso non inizia quando si comincia una dieta, ma quando la dieta finisce. Finché qualcuno decide per noi, il compito principale è seguire delle indicazioni. Quando quelle indicazioni vengono meno, emerge il rapporto che abbiamo sempre avuto con il cibo, con il nostro corpo e con noi stessi, ed è lì che molte persone scoprono che il problema non era soltanto il peso.

La dieta può essere uno strumento utile, necessario. Ma se diventa l'unica risposta possibile, rischia di trasformarsi in un ciclo infinito: si perde peso, si recupera peso, si cerca una nuova dieta, e si ricomincia. L'obiettivo, invece, non dovrebbe essere trovare la prossima dieta, dovrebbe essere arrivare al punto in cui non ce n'è più bisogno. Non perché si è raggiunta una forma perfetta di controllo, ma perché si è costruito un rapporto sufficientemente equilibrato con l'alimentazione da riuscire a camminare anche quando il faro si spegne.