
L’attenzione è una risorsa cognitiva limitata: non solo perché si stanca, ma perché può essere sovraccaricata, frammentata o dispersa. Non cresce all’infinito con la motivazione, né risponde semplicemente alla forza di volontà.Ha dei limiti strutturali eppure viviamo in un contesto che quei limiti li ignora.

Nella costante sovrastimolazione in cui siamo immersi, fatta di informazioni, immagini e modelli di riferimento, ci vengono spesso proposte versioni semplificate e idealizzate del benessere. Ovviamente i social media amplificano questa pressione, suggerendoci incessantemente di doverci paragonare con degli standard impliciti.

Negli ultimi decenni, la relazione con il cibo è stata progressivamente esternalizzata: norme culturali, regole dietetiche prese qua e là e strategie di controllo, hanno lentamente soppiantato l’esperienza corporea diretta.

Nel 1996, tre psicologi sociali, John Bargh, Mark Chen e Lara Burrows, condussero un esperimento con l’obiettivo di capire se fosse possibile influenzare il comportamento umano...

Empatia simulata, scelte guidate, ambienti che ci leggono, ma anche facilitazione dei compiti e potenziamento del pensiero umano: sfide, scenari e domande aperte per chi disegna esperienze nell’epoca dell’AI pervasiva.

Un’interfaccia non è un’opera d’arte; non dovrebbe suscitare domande, dovrebbe fornire risposte.

Preattentive visual properties are those that our brains process subconsciously in spatial memory. In essence, processing a preattentive aspect of any image by the eye and the brain takes less than 500 milliseconds.

Think about it, do you perhaps use your smartphone exclusively when you are sitting comfortably at home on your couch, with perfect light conditions, and without any contemporary clutter of other activities or distractions?

You probably already know how much emphasis is being put nowadays on having a “human-centered” approach to design, but are you sure you know what this actually means?